I “polli di Trilussa” li mangia solo il ricco. Il linciaggio mediatico dei tassisti attraverso le strumentali analisi del Sole24ore e del Corriere della Sera
I recenti articoli pubblicati a sincrono dal Sole 24 Ore e dal Corriere della Sera puntano al solito obiettivo, dipingere i tassisti come evasori fiscali seriali, invocando al contempo a gran voce l'arrivo salvifico delle multinazionali.
Peccato che il loro teorema si basi su un minestrone di falsità.
L'inganno della media aggregata. Il primo errore da “scolaretti” (o da servitori sciocchi) è spacciare la media statistica del codice ATECO per il "reddito del tassista medio". Mettendo nello stesso calderone: chi ha lavorato solo alcuni mesi, chi è a part-time, chi in pensione, le cooperative, i forfettari e altre situazioni. Come la poesia dei "polli di Trilussa", rovesciata per fare un titolo a effetto.
Quelle sconosciute "pagelle fiscali" (ISA). Gli autori degli articoli sembrano non sapere che l'Agenzia delle Entrate non è un ente distratto, ma utilizza gli Indici Sintetici di Affidabilità, strumenti evoluti che incrociano: fatture elettroniche, banche dati, indicatori territoriali, ecc. alla ricerca di eventuali incongruenze. Se il settore fosse strutturalmente evasore, i punteggi ISA dei tassisti sarebbero disastrosi e scatterebbero accertamenti di massa. È vero invece che i dati dei tassisti sono abbastanza semplici da tracciare, infatti lavorando con tariffa pubblica e decisa dagli Enti locali, basta moltiplicare i km lavorativi con un coefficiente predefinito e il risultato non “scappa”. Infatti, i tassisti non sono presenti nelle liste nere che perfino lo stesso Sole 24 Ore pubblica, quando l’Agenzia delle Entrate le elabora. Magari lo scrivano avrebbe dovuto provare a leggerle prima di impostare la sua “sconclusionata analisi”. Oppure vogliamo credere che il Fisco sia complice di un complotto per proteggere la categoria dei tassisti?
Difficile credere che il fisco italiano sia gentile con i contribuenti.
Vogliamo parlare di regime forfettario? Molti taxi sono nel regime forfettario (quindi 30.000€ di incasso che non sono 30.000€ di imponibile). La cosa spassosa è che anche molti giornalisti usano lo stesso regime agevolato. Lo Stato concede loro di tassare il 78% dei guadagni, presumendo un 22% di spese di gestione. Mica male per chi non ha i costi vivi di gestione di un'auto pubblica, pensiamo solo all’incidenza per i tassisti di carburante e assicurazione.
Bisogna quindi fare un pò di attenzione a giocare con i numeri, perché a volte possono sfuggire di mano agli inesperti.
Il vero obiettivo? Delegittimare il settore per fare spazio ai colossi dei fondi d’investimento.
In questo cortocircuito comunicativo quindi non c'è giornalismo, ma la pressione economica delle grandi piattaforme multinazionali, che da anni investono milioni per destrutturare il trasporto pubblico urbano e profilare l'utenza. Non potendo dimostrare nulla in modo rigoroso, usano queste rozze azioni, valide per orientare l'opinione pubblica.
Basta insinuare chi vuoi che approfondisca?
Allora, solletichiamo l'arguzia del nostro "007 delle tasse". Ma dove e come le pagano le tasse queste multinazionali? Facciamo noi l'indagine dello scrivano. Il bilancio pubblico di Uber (costa appena 7 euro, se lo vuole comprare) mostra un fatturato di 11.600.000€ e un utile di soli 660.000€ (e parliamo del primo attivo dopo 9 anni di perdite).
Matematica alla mano, significa un misero utile del 5,7% sul fatturato.
Tradotto, nel conto della serva, per ogni 100€ incassati, gli rimarrebbero in tasca meno di 6€, mentre i restanti 94 servirebbero a coprire i costi di gestione. Peccato che Uber non ha mezzi di proprietà, non deve pagare meccanici o gommisti, non mette carburante, e conta appena 22 dipendenti. Se applicassimo questo coefficiente di redditività a un lavoratore autonomo con 30.000 € di lordo, vorrebbe dire che a fine anno gli rimangono in tasca la bellezza di 1.707€, ossia 147€ al mese, nemmeno pane e cicoria potrebbe mangiare.
A quel punto un giornalista serio – e non uno scrivano – si chiederebbe come mai la Costituzione (Art. 53 capacità contributiva) vale solo per i lavoratori autonomi o subordinati e non per chi sposta profitti nei paradisi fiscali?
Vogliamo infine far giocare lo scrivano con altri numeri? Applichiamo il suo teorema alla realtà. Se gli 11.600.000€ di fatturato vengono riportati nel “mondo del lavoro”, sottraendoli alla multinazionale, ci sarebbe un incremento diretto del reddito per i 6000 tassisti che collaborano con UBER (dato della società americana), pari circa a 2000€/anno elemento fiscale che produrrebbe per lo Stato un incremento di entrate, grazie alla progressività delle aliquote:
- maggior gettito INPS: +2.800.000 euro
- maggior gettito IRPEF: +2.800.000 euro
- TOTALE INCREMENTO GETTITO ANNUO: superiore a 5 milioni di euro.
Lo Stato quindi si ritroverebbe in cassa il 48,6% di quegli 11.600.000, con quasi la metà del fatturato restituito alla collettività, invece accetta una partita di giro assurda che favorisce solo i profitti quasi esentasse della speculazione finanziaria. Ma forse nessuno (giornalisti ma anche politici probabilmente) ha interesse a recuperare quei soldi dalle multinazionali, nemmeno se ci servissero a finanziare: sanità, istruzione e servizi sociali, ecc …
Meglio far scrivere l'amico di turno che, con un po' di propaganda basata sulle statistiche alla Trilussa, permette a chi mangia già parecchi polli di trovarne presto degli altri.
USB TAXI